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RIFIUTI / CONTRIBUTI

La circular economy segue esigenze (anche etiche) già percepite da molti, non tanto “certificabili” dai… “nuovi” saperi. Sappiamo che i beni/prodotti dopo il loro uso, non sono del tutto recuperati e/o riutilizzati, per limitazioni connesse al nostro modello di sviluppo e di consumo imperante. Abbiamo sufficienti conoscenze (non solo) tecnologiche? Perché solo ora scatta questo pungolo alle discipline e al mercato? Gli effetti si danno per scontati e si pensa riguardino tutti. In questa ubiquità e nel tutto dell’ovvietà, distruggiamo la natura e in prima persona ci deresponsabilizziamo, segando il ramo in cui siamo seduti con gli altri. E, la circular economy diventa forse una nuova religione nello spacciarsi come un sano indebolimento del pensiero unico? Oppure ne robustifica meglio l’essenza e struttura? Nel riconsiderare le risorse riemerge una politica della sicurezza, una difesa autarchica: della competitività e dell’approvvigionamento. Prevalgono ancora esigenze geopolitiche e di mercato, rispetto a quelle ambientali?